I processi di internazionalizzazione, luci ed ombre

L’Italia è il 9° Paese esportatore al mondo con circa 200.000 aziende esportatrici e un incremento di fatturato all’estero del 9% negli ultimi 10 anni. Le imprese all’estero possedute da aziende italiane sono 22.000, con un incremento del 400% negli ultimi dieci anni. Tutti numeri che fanno ben sperare in un ulteriore sviluppo della nostra bilancia commerciale. In realtà vi sono anche ombre: 942 aziende coprono più del 50% del fatturato estero e la maggioranza di quelle 200.000 aziende esportatrici hanno come destinazione solo un singolo Paese straniero. Non solo: negli ultimi 5 anni le multinazionali straniere in Italia sono passate da 14400 a 13.300. Un dato questo che sottolinea una volta di più la diffidenza percepita dagli investitori stranieri riguardo il nostro Paese.



Per crescere ulteriormente molti sono i driver che ci dovrebbero muovere. Il primo sembra però la capacità di integrare culture differenti e di muoversi con agilità nell’intricato marasma di normative a noi estranee, senza servizi pubblici a sostegno. Le nostre imprese sono sole e possono contare su competenze scarse e limitate. E’ a questo livello che la mobilità internazionale del lavoro diventa strategica, un fattore critico di successo: l’osservatorio favorito dalla nostra survey “Espatriati Italiani e Stranieri in Italia: politiche e prassi gestionali” (Fonte ECA Italia 2018) ci segnala che nel 49% delle assegnazioni all’estero di Manager e Specialisti la motivazione a monte è il trasferimento di conoscenze tecniche e know how, il 22% è l’esercizio di controllo da parte della Corporate ed il 12% colmare un gap di competenze. Solo l’11% è connesso allo sviluppo carriera.

Come operatori che affiancano le imprese nei loro processi di internazionalizzazione crediamo sia necessario superare un semplice approccio tecnico professionale sul singolo elemento fiscale o normativo, per assumere un atteggiamento maggiormente propositivo, capace di muovere tutte le leve gestionali necessarie per agire con determinazione e velocità sullo scacchiere internazionale. Dobbiamo far crescere una cultura direzionale orientata a mercati sempre più globali, dove l’integrazione culturale si fonda con specifiche competenze tecniche ed amministrative. Una corporate nuova per un nuovo modo di lavorare sul mercato globale.

a cura di
Paolo Iacci, Presidente Eca Italia